Lezioni di Federalismo

“Francesco Burlamacchi, uno dei primi federalisti della storia”

francesco Burlamacchi libro

Francesco Burlamacchi è stato uno degli uomini lucchesi più rappresentativi della storia della città. Appartenente alla ricca borghesia mercantile lucchese, erede di una ricca famiglia di mercanti e finanzieri con imprese commerciali a Lione ed Anversa, fu educato forse sotto l’influenza dello zio domenicano Fra Pacifico, seguace di Savonarola.

Dal 1529, dopo la morte del padre, si dedicò progressivamente alla vita politica cittadina lasciando ai fratelli la gestione degli affari, ricoprendo numerosi incarichi pubblici ordinari e straordinari.

Affrontò in prima persona le Rivolte degli Straccioni trattando con gli insorti e reprimendo energicamente il movimento. Nel 1533 fu eletto per la prima volta Gonfaloniere. Durante la sua carriera coltivò interessi storici e letterari.

Quello di Lucca, alla fine della seconda metà del Cinquecento, costituiva un quadro geopolitico di sicuro interesse storico: nata come libero Comune e riconosciuta dall’autorità imperiale già nel 1161, divenne unica città imperiale italiana (già resa indipendente da Carlo IV a fine XIV secolo in cambio di denaro). Tale era la ricchezza di Lucca, con più di una famiglia succedutasi al potere e più di un uomo a rappresentarne le sorti. Il suo massimo apogeo e sviluppo territoriale, lo sappiamo, arrivò tempo addietro con Castruccio Castracani, anche noto per la famosa Battaglia di Altopascio (con lo sconfitto esercito fiorentino rincorso fino a Firenze). Nel corso del Quattrocento vi fu l’egemonia della famiglia Guinigi (commercianti e banchieri), di cui si menziona la famosa Torre Guinigi, una delle principali attrazioni della città, e l’alleanza con il ducato di Milano. In questo quadro di riflesso storico, temendo ingerenze da parte di Firenze, la città si avvicina alle corone di Francia e Spagna. La definitiva alleanza con l’imperatore Carlo V avvenne nel 1521, periodo nel quale la città riuscì a scongiurare l’annessione ai territori medicei. In questo periodo si diede anche un ulteriore forma al nucleo originario delle Mura di Lucca.

Burlamacchi andò oltre questo scenario politico e territoriale. Il suo ambizioso disegno era infatti quello di dare piena autonomia territoriale a Lucca, liberando l’intera Toscana dalla dominazione medicea e, allo stesso tempo, creando una sorta di confederazione di repubbliche (tra cui Lucca, con Pisa, Siena, Romagna e la stessa Firenze); oltretutto, questo avrebbe potuto anche permettere una riforma della chiesa, che mai come in questo periodo avrebbe avuto bisogno di riprendere i propri canoni di umiltà (i propositi potrebbero avvicinarsi ad idee di tipo calviniste, tanto che è noto come lo stesso figlio del Burlamacchi, Michele, si fosse trasferito in Svizzera, e per l’esattezza a Ginevra, diventando una figura di spicco della comunità protestante italiana).

Nel 1533 fu eletto gonfaloniere della Repubblica di Lucca

In un clima di rivalità e ribellione anti-medicea, azzardò un progetto di autonomia politica dal potere di Cosimo de’ Medici. L’idea di organizzare una congiura gli sarebbe stata ispirata nel 1544 dalla lettura delle “Vite” di Plutarco. Francesco Burlamacchi progettò di marciare con parte delle truppe di montagna, di cui aveva il comando contro Pisa, provocare una rivolta contro i fiorentini e raggiungere Firenze facendo sollevare il popolo e le altre città soggette ai Medici.

Con la liberazione della Toscana dalla tirannide avrebbe costituito una federazione fra le città libere sotto la protezione dell’imperatore.

Occupando la massima carica dello Stato, ordì un piano per spezzare l’egemonia dei Medici sulla Toscana. Le truppe lucchesi avrebbero dovuto attaccare il Ducato di Toscana in concomitanza di ribellioni antimedicee che sarebbero dovute scoppiare a Firenze ed a Pisa. Altre ribellioni sarebbero state fatte esplodere contemporaneamente in varie città della Romagna, mentre il Burlamacchi contava anche sull’adesione della Repubblica di Siena alla guerra contro lo Stato mediceo.

Francesco Burlamacchi nell’aprile 1546 si recò a Venezia per cercare l’appoggio di Leone Strozzi e decise di attuare il piano non prima del settembre dello stesso anno.

Nel frattempo fu eletto per la seconda volta Gonfaloniere per il bimestre di luglio-agosto. Ma alcune delazioni al Duca Cosimo de Medici ed al Governo lucchese fecero scoprire tutto. Burlamacchi, ancora in carica come Gonfaloniere, venne arrestato nel Palazzo degli Anziani. Si aprì un duro contenzioso con Firenze che pretendeva la consegna del cospiratore. I Lucchesi difendendo la loro giurisdizione accettarono di consegnarlo solo all’imperatore Carlo V e tentarono con ogni mezzo di sminuire l’importanza del progetto eversivo sostenendo la tesi della pazzia. L’imperatore lo fece giustiziare a Milano il 14 febbraio 1548.

Il progetto era stato svelato da un traditore al duca Cosimo. A quel punto scoppiò un gravissimo incidente tra lo Stato toscano e la Repubblica di Lucca. Cosimo, considerato che il capo dello Stato lucchese aveva ordito una vera e propria guerra contro di lui, ne pretendeva la consegna. La Repubblica di Lucca però non poteva cedere ad una tale pretesa senza diventare di fatto un protettorato dei Medici. La guerra sembrava dunque inevitabile.

L’imperatore Carlo V però, dato che la sopravvivenza dello Stato lucchese era per lui cosa gradita, volle intervenire nella disputa prima che dalla diplomazia si passasse alle armi. Lucca era l’unica città imperiale italiana e l’impero non intendeva che essa fosse annessa alla Toscana. L’Imperatore dunque chiese che il Burlamacchi gli venisse consegnato. Lucca, che non avrebbe potuto dare un suo cittadino nelle mani di un qualsiasi stato straniero, si dovette adattare e lo consegnò nelle mani dell’autorità imperiale dalla quale, dal 1369, l’esistenza stessa dello Stato lucchese era garantita.

Il Burlamacchi fu così giudicato da una corte imperiale in Milano e fatto decapitare all’alba del 14 febbraio, con l’accusa di aver turbato la pace tra gli stati italiani.

La visione del Burlamacchi avrebbe condotto alla nascita, nell’Italia centro settentrionale, di una confederazione di repubbliche (Lucca, Pisa, Siena, Firenze e Romagna) di tipo elvetico. Alcuni sospettano, pur in mancanza di documenti in proposito, che il Burlamacchi avesse idee filo riformate. Sta di fatto che Michele Burlamacchi, secondo figlio del nobile lucchese, emigrò, anni dopo, nella Ginevra calvinista diventando una figura di spicco tra i ricchi protestanti italiani che là vivevano.

La figura di Francesco Burlamacchi fu riscoperta dai federalisti italiani tra il 1847 e il 1861. Essa mal si adattava a rappresentare il neoguelfismo, ma era comunque emblema del tentativo di dar vita ad uno Stato unitario basato sull’unione delle città italiane.

Nel 1859 il Governo Provvisorio della Toscana deliberò di erigere una statua del Burlamacchi nella centrale Piazza San Michele a Lucca. L’atto del governo del barone Bettino Ricasoli mirava a conquistare le simpatie dei lucchesi. Lucca infatti era stata annessa alla Toscana nel 1847 e il governo assolutistico di Leopoldo II aveva trovato una forte opposizione nell’ex ducato lucchese. Tale opposizione non era solo dovuta alla perdita di una indipendenza millenaria, ma anche ad alcuni atti del governo toscano come il declassamento dell’Università di Lucca. In sostanza, attraverso il monumento, il governo toscano intendeva comunicare la sua diversità dal regime granducale e il riconoscimento della peculiare storia lucchese”.

Lucca aveva dedicato al Martire lucchese, nel 1548, anche una lapide posta nella chiesa di San Romano recante la seguente iscrizione:

«ANCHE DA QUESTA TOMBA / DOVE LA MADRE SUA E UN FIGLIO RIPOSANO / CHIEDE INVANO DI RIPOSARE / SIA GLORIA A FRANCESCO BURLAMACCHI / LUCCHESE / CHE CONTRO OGNI TIRANNIDE / MEDITO’ E PREPARAVA LA LIBERTA’ / DELLA FEDERAZIONE DELLE TOSCANE REPUBBLICHE / E PER QUEL SOGNO GENEROSO / PERI’ DECAPITATO IL 14 FEBBRAIO 1548 / MENTRE VAGHEGGIAVA ROMA / RESTITUITA ALLA CIVILTÀ DELL’ IMPERO»

Burlamacchi fu elogiato da Giosuè Carducci nell’ode Alla croce di Savoia:

«E fu primo Burlamacchi / Dato a morte e pur non vinto / Contro il fato e Carlo Quinto / Il futuro ad attestar».

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