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Ricorsi tributari, il tallone d’Achille del fisco italiano

I numeri sono imponenti e, sotto certi aspetti, fanno capire le difficoltà che gli italiani stanno vivendo in questo momento segnato dalla emergenza sanitaria. In base agli ultimi dati del monitoraggio del dipartimento delle finanze è emerso come a fine 2020 i ricorsi pendenti contro il fisco siano oltre 345mila. Ed oltre 50 mila pendenti in cassazione. Quel che appare certo è come molti italiani una volta ricevuto un accertamento o una richiesta da parte dell’amministrazione, evitando la cosiddetta compliance venduta dall’agenzia entrate come un patto tra fisco e cittadino, non esitino ad impugnarla davanti alle commissioni tributarie provinciali o regionali di secondo grado. Queste cause pesano per un controvalore pari a circa 40 miliardi di euro. Una montagna di soldi, evidenziando anche come la macchina del contenzioso tributario risulti essere molto lenta. Per queste ragioni il governo ha deciso di investire in una riforma strutturale del giudizio tributario. L’esecutivo con il ministro dell’economia di concerto al ministro della giustizia hanno nominato una commissione interministeriale di sedici esperti incaricata di scrivere la riforma. Entro il prossimo 30 giugno tale commissione produrrà una relazione da sottoporre ai due ministeri. Pare uniti dal comun denominatore della professionalizzazione dei giudici tributari. Oggi a ricoprire il delicato incarico sono pensionati, avvocati e commercialisti e dipendenti pubblici spesso carenti di specifiche competenze . L’idea trapelata mira a traslare il valore delle cause pendenti con lo stesso meccanismo applicato oggi alle diatribe pendenti avanti al Giudice di pace distinguendo cause sotto i 5 mila euro appunto ai giudici onorari, destinando quelle superiori a tali importi ai giudici ordinari. In questo modo dovrebbe alleggerirsi il lavoro della corte di cassazione con benefici per la macchina della giustizia tutta, usare il condizionale, resta comunque d’obbligo.

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