Editoriale

Il 2 giugno ’46 nasce la Repubblica sancita da un referendum viziato da errori procedurali, ma anche portatore, per la prima volta, delle donne alle urne. Leoni: “Il nazionalismo italiano si rafforza e non chiede libertà e pace, ma impone, con ogni mezzo, l’autorità dello Stato”

Il 2 giugno celebra la nascita della Repubblica italiana sancita dal referendum istituzionale del 1946. Il referendum è stato oggetto di molti vizi di forma, per esempio, 1,5 milioni di certificati elettorali non vennero mai recapitati e le procedure esclusero dal voto la Venezia Giulia e la provincia di Bolzano. Ma c’è da rilevare una nota molto positiva, per la prima volta, le donne vennero chiamate al voto. Si afferma sempre di più il concetto di nazionalismo.  Tutte le celebrazioni e le esaltazioni di questo sentimento, che in giorni come il 2 giugno, vogliono influenzare l’emotività della gente, sono inopportune, visto che, come riporta in un suo scritto, qui di seguito, Giuseppe Leoni, leader di Federalismo Sì,  il nazionalismo non è altro che una dottrina laica che impone l’autorità dello Stato con ogni mezzo, a scapito della democrazia. Ecco dunque tutte le tappe che portarono al nazionalismo italiano. Su tutto campeggia una frase emblematica di Albert Einstein che, a proposito di nazionalismo, sosteneva questo fosse come “… un’epidemia infantile. Il morbillo dell’Umanità”.

Giuseppe Leoni

“Si può dire che in Europa il nazionalismo abbia inizio, come tendenza ad un ulteriore potenziamento della nazione, con la gara di acquisizione d’un impero coloniale apertasi dopo il congresso di Berlino del 1878. Le dottrine e i movimenti politici vennero, naturalmente, in seguito.

Ogni nazionalismo posa sul principio di un primato nazionale: britannico, germanico, francese, italiano. Ogni nazionalismo tende all’esaltazione della nazione eletta. Più particolarmente, i nazionalismi europei della fine dell’Ottocento e del primo decennio del Novecento nacquero come reazione della democrazia imperante. Profondo è comunque il divario tra il nazionalismo francese e quello italiano.

Il fondatore del nazionalismo italiano fu Enrico Corradini. Egli si trovò dinnanzi a due realtà tutte italiane: la sconfitta coloniale ad Adua e l’emigrazione, che tanto vigore e tanto sangue italiano dispersero per il mondo ad arricchire altri popoli. Due realtà che non trovavano alcun riscontro nella vita francese. Non solo. Il nazionalismo francese è fondato sulla libertà, sulla pace, sul decentramento. Il nazionalismo italiano, ha domandato dalle sue origini, non la libertà e la pace, ma l’autorità dello Stato, per impedire la disgregazione, e la guerra, per riassumere i fini storici del Risorgimento e iniziare la nuova fase della potenza e del prestigio italiano nel mondo.

Come ho scritto fu il Corradini a parlare per primo di nazionalismo. Colpito dalla notizia della sconfitta di Adua 1896 iniziò un’attività letteraria tutta volta a creare personaggi animati da uno spirito duro e solitario. Nel suo Giulio Cesare 1902 egli esalta il genio e la forza di Cesare insieme col genio e con la forza di Roma, in totale antitesi con la visione democratica positivista, allora in voga, della formazione dell’impero. Potremmo dunque dire che il Nazionalismo italiano nacque nel novembre 1903, per la voce di E. Corradini. Visse alcuni anni come tendenza e movimento trovando la sua espressione, sempre più determinata in riviste e giornali. Nel dicembre 1910 sboccò nell’Associazione nazionalista italiana, che ebbe dodici anni d’intensa vita, fino alla sua fusione col Partito nazionale fascista.

Quando scoppiò la 1a guerra mondiale 6 agosto 1914 l’Italia proclamò la sua neutralità, l’Associazione nazionalista affermò immediatamente che questa non poteva essere se non preparazione al necessario intervento per salvare l’Adriatico e i diritti nazionali italiani. Il nazionalismo fu tra i primi a iniziare la campagna per l’intervento, per l’istruzione militare e per gli arruolamenti volontari, dando al suo interventismo un carattere e una finalità strettamente nazionali e differenziandosi così alle tendenze neutraliste del socialismo ufficiale”.

Giuseppe Leoni

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