Editoriale

Brusca libero, l’assassino di Capaci e del piccolo Di Matteo, sciolto nell’acido, viene scarcerato come “collaboratore”. Questa giustizia, sembra davvero ingiusta anche se la legge sugli sconti di pena ai pentiti fu proprio voluta da Falcone. Leoni: “… tra collaboratori e pentiti c’è una bella differenza. Il pentimento è una fase di cambiamento interiore e nel comportamento sociale…”

Sono passati solo pochi giorni dal 29° anniversario della morte del giudice Giovanni Falcone, perito con la moglie Francesca Morvillo e la sua scorta nella strage di Capaci del 23 maggio 1992. E il suo assassino, il boss Giovanni Brusca, detto anche l’ammazzacristiani, colui che premette il telecomando che portò via la vita a Falcone, alla moglie e alla sua scorta, colui che sciolse nell’acido, con molta naturalezza, il piccolo Giuseppe di Matteo, perché il papà aveva “parlato” troppo, colui che ha confessato oltre 150 omicidi, è libero. Qualche giorno fa si sono aperte le porte del carcere e, per fine pena, Brusca è di nuovo fra noi, anzi no. E’ di nuovo a carico nostro e lo resterà per tutto il resto della vita sotto protezione come collaboratore di giustizia.

Davanti alla prospettiva di trascorrere in carcere il resto della vita, qualche mese dopo l’arresto, nel 1996, ha cominciato a rivelare i retroscena e il contesto di tanti delitti e degli attentati a Roma e Firenze del 1993. Brusca mise da parte ogni remora quando ebbe la certezza che ne avrebbe ricavato quei benefici che ora gli hanno ridato la libertà. Dalle sue rivelazioni intanto presero subito l’avvio numerosi procedimenti che hanno incrociato pure i percorsi dell’inchiesta sulla “trattativa” tra Stato e mafia.

La notizia merita indignazione. Ma, la legge secondo la quale i collaboratori affidabili beneficiano dello sconto di pena, l’ha voluta fortemente proprio Falcone. “Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. Ogni altro commento mi pare del tutto inopportuno”. Lo ha detto Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone. “La stessa magistratura – ha spiegato Maria Falcone – in più occasioni ha espresso dubbi sulla completezza delle sue rivelazioni, soprattutto quelle relative al patrimonio che, probabilmente, non è stato tutto confiscato: non è più il tempo di mezze verità e sarebbe un insulto a Giovanni, Francesca, Vito, Antonio e Rocco che un uomo che si è macchiato di crimini orribili torni libero a godere di ricchezze sporche di sangue”.

Ora si apre un caso complicato di gestione della libertà del boss e dei suoi familiari. I servizi di vigilanza, ma anche di protezione pure previsti dalla legge, dovranno tenere conto dell’enormità dei delitti e delle stragi che lo stesso Brusca ha confessato.

“Da un punto di vista personale – provo disgusto per questo individuo che non riesco a chiamare neanche bestia, per rispetto nei confronti degli animali. Poi però, se mi spoglio di questo aspetto, non posso non sottolineare che la legge sulla collaborazione dei mafiosi ha portato vantaggi allo Stato”. La normativa di cui parla Giuseppe Ayala, magistrato che fu pubblico ministero al maxiprocesso di Palermo, in una intervista sull’Huffingtonpost – è quella che fu fortemente voluta da Giovanni Falcone, di cui Ayala era amico. Così come lo era di Paolo Borsellino. Si tratta di una legge – “definiamola cinica, opportunistica, se vogliamo”, dice l’ex magistrato – che consente ai mafiosi che collaborano con la giustizia di ottenere dei benefici.

“Ayala – che tolse la toga poco prima degli omicidi di Falcone e Borsellino perché eletto in Parlamento, per poi rimetterla anni dopo, a L’Aquila – Lontano dalla retorica acchiappa like dei politici che in questi giorni urlano allo scaldalo, spiega alla bravissima giornalista Federica Olivo di Huffingtonpost, perché la legge voluta da Falcone sia stata fondamentale nella lotta alla mafia. Anche a costo di rimettere in libertà – in ogni caso dopo decenni – un criminale efferato come è stato Brusca. “Una legge voluta da noi, da Falcone soprattutto. La normativa sulla collaborazione può essere considerata cinica, opportunistica, ma ha portato grossi risultati. Volendo ragionare su un piano di costi e ricavi possiamo pensare che il costo è il riacquisto della libertà da parte di un criminale, ma il ricavo – per lo Stato – è un grosso vantaggio processuale. Ecco, in termini molto pragmatici, possiamo dire che questa legislazione ha portato dei ricavi notevolmente superiori ai costi”. “Certo, opportunismo è il termine giusto. Io chiamo i soggetti che decidono di parlare con gli inquirenti sempre collaboratori di giustizia e mai pentiti. Non sono pentiti affatto, nella mia vita io credo di averne conosciuto uno solo di mafioso che ha collaborato perché davvero pentito”.

” Cosa intendiamo per pentiti? – ricalca Giuseppe Leoni – il mio amico e mio padre spirituale don Raffaele Pettenuzzo, dice non sia esclusivamente un accordo con la giustizia civile. Il pentimento vero è quello che si realizza nel cuore quando si è consapevoli del male fatto. La regola della giustizia umana è quella che si possa avere uno sconto guardando solo alla esteriorità, dando in cambio informazioni, ma questo non coincide col pentimento. Tutti sono capaci di mettere regole ma se non avviene un cambiamento del comportamento non serve a niente. Ci sono molti che seguono le regole e sembrano ottimi cittadini e ottimi cristiani ma non basta sembrare. Ci deve essere anche un cambiamento umano di comportamento nei confronti della società, nella quale si convive col rispetto dell’altro. Dobbiamo veramente rivedere il nostro modo di rapportarci per non essere come i farisei”.

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