Riflessioni

Reddito di cittadinanza e Federalismo. Aiutare la povertà reale conoscendo le esigenze del territorio e combattere la cultura del non lavoro

Il D.L. n. 4 del 28/1/2019 convertito in Legge il 28/5/2019 ha introdotto il reddito e la pensione di cittadinanza quali misure fondamentali di politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà.

Tutti i sussidi statali, compreso il reddito di cittadinanza, devono essere obbligatoriamente collegati a lavori socialmente utili, in attività programmate dalle Amministrazioni Comunali oppure in prestazioni di volontariato.

Sarebbe quindi del tutto logico che, chi ottiene il suddetto reddito di cittadinanza e non trova un lavoro (e purtroppo una parte di essi neppure lo cerca) dia il suo contributo alla collettività. Pensato come forma di contrasto alla povertà il sussidio avrebbe dovuto reinserire i cittadini nel mondo del lavoro, prevedendo anche lo svolgimento di lavori socialmente utili per il proprio Comune. Invece questo si verifica in un numero di casi piuttosto limitati. Si tende invece a pensarlo come una “liberazione dalla ricerca del lavoro”, considerati gli importi mensilmente percepiti dai fruitori. In tal modo si vanifica lo scopo della Legge.

In effetti era un progetto che poteva condurre le singole Amministrazioni territoriali ad usufruire del lavoro di queste persone: pensiamo ad esempio alla cura dei terreni incolti e dei giardini, la pulizia delle strade, l’aiuto agli anziani e ai disabili, la collaborazione alla sicurezza urbana, ecc.

I percettori del reddito di cittadinanza godono spesso di importi che si avvicinano a stipendi di molti lavoratori e talvolta lo superano. Secondo il testo della Legge, avrebbero dovuto lavorare almeno 8 ore alla settimana per la collettività, su indicazione delle Amministrazioni locali. Il tempo da dedicare ai lavori socialmente utili previsto in questa Legge appare molto esiguo; sembrerebbe opportuno almeno raddoppiarlo, meglio triplicarlo.

Le statistiche ci dicono che all’inizio del 2021 solo circa 5.000 beneficiari sono stati coinvolti nei PUC (Progetti utili alla collettività) mentre i nuclei percettori del reddito di cittadinanza sono circa 1.300.000. Il costo di questa misura è arrivato a più di 4 miliardi di Euro. Secondo i dati ANPAL solo il 34% dei percettori ha sottoscritto un patto per il lavoro.

Il problema più grande per realizzare questo progetto risiede nella difficoltà di realizzazione dei PUC: il Ministero del Lavoro prevede 6 mesi di tempo concesso ai Comuni per proporre progetti utili per la collettività.

I fondi ed il personale utile per avviare questi PUC non sono quasi mai arrivati ai Comuni: infatti prima di agire essi devono sempre sentire i Centri per l’impiego (che ancora esistono), disporre i bandi, sentire il parere del Ministero.

Ad oggi i Comuni che sono riusciti ad avviare i PUC sono solo il 25% del totale (circa 1.250 Comuni).

Questa normativa così calata dall’alto ingolfa la materia e mette lentezza e limiti alla sua applicazione pratica.

Al contrario in un concetto Federalista l’applicazione anche di questa Legge sarebbe meno farraginosa, vista la possibilità di semplificazione che deriverebbe dal disciplinare la materia in proprio.

I Sindaci, che sono i più vicini alla esigenze dei territori conoscono molto bene le attività che necessitano di supporti, senza sostituire l’attività di amministrazione ordinaria. Essi potranno tenere anche conto degli interessi individuati nel soggetto durante il colloquio preliminare. In tal modo non ci si scontrerebbe così la rigidità delle norme “centrali”, le quali sono lontane dalle esigenze delle “periferie” e non ne valutano i reali bisogni.

Si eviterebbe così anche il pericolo che ci si possa abituare alla “cultura del non lavoro”

Valentina Vangelisti

Fonti: G.U., Il Giornale.it

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