Donna Sì

Donna Sì. L’occupazione non è donna. Mancanza di flessibilità sul posto di lavoro e di adeguati congedi parentali in caso di maternità

Dopo oltre un anno di pandemia in Italia cala la disoccupazione. Secondo l’ISTAT a marzo 2021 prosegue il trend della “lieve crescita dell’occupazione” con 34 mila occupati in più rispetto ai mesi precedenti. Si nota che la crescita coinvolge gli uomini e i dipendenti a termine, mentre per le donne diminuisce, calando di 1,6 punti.

Infatti da febbraio 2021 il tasso di disoccupazione femminile sale all’11,4% (+ 0,2% da febbraio 2021). Una storia tutta italiana che vede le donne rinunciare anche al “piccolo lavoro” a causa dei prezzi troppo alti degli asili e all’assenza di flessibilità lavorativa. Nel nostro Paese infatti una donna su cinque con almeno un figlio dichiara di non avere mai lavorato per poter prendersene cura. E’ una scelta che accomuna il 12% delle donne italiane; la media europea è appena il 3,7%. Il fattore che porta a tale non invidiabile risultato è principalmente la difficoltà incontrata dai genitori italiani nel gestire i figli a carico.

Negli altri Paesi Europei sono previsti congedi parentali per gli uomini alleggerendo in tal modo le incombenze che in Italia gravano totalmente sulle donne. Le donne che provano ad adattare il proprio lavoro secondo le esigenze dei loro bambini, sacrificano il più delle volte la carriera; infatti il 38% delle madri ha apportato modifiche negative alla propria organizzazione lavorativa rinunciando spesso anche a miglioramenti economici. Da notare anche che per il post maternità non vi sono programmi per il rientro della donna nel mondo del lavoro.

Per avere più tempo da dedicare alla famiglia potrebbe aversi la soluzione di modificare l’orario, l’inizio o la fine della giornata lavorativa; ma il più delle volte i datori di lavoro non lo concedono. Per cui le madri si vedono costrette ad affidare i loro bambini ai servizi (asili, nidi d’infanzia) che però non sono alla portata di tutti (sono ritenuti troppo costosi dal 10% dei genitori). Anche in questo caso siamo il fanalino dell’Europa: i paesi nordici contribuiscono attraverso gli Enti locali dal 70% al 100% del costo dell’asilo nido, la Germania prevede la parziale o totale gratuità per gli asili nido a seconda del Lander di appartenenza.

Agli italiani come ultima alternativa per coprire queste primarie esigenze rimangono i nonni, ammesso che ci siano e che possano assumersi questo onere. E’ una questione sociale che interessa tutte le zone del nostro Paese: sono oltre 10 milioni i genitori con figli minori di 15 anni.

Mentre nel resto dell’Europa il 60% delle donne si assenta per più di un mese per seguire i figli, in Italia le donne che possono allontanarsi dal lavoro per lo stesso motivo sono meno del 40%. E’ da capire se ciò sia dovuto alle politiche aziendali o ad una disfunzione culturale dell’Italia; fornire servizi di assistenza di alta qualità alle famiglie a prezzi accessibili è e rimane di cruciale importanza per risolvere un disagio così diffuso.

In tutto questo contesto notiamo una profonda differenza di trattamento fra uomini e donne: sono quasi sempre le madri a rinunciare al posto di lavoro per poter esercitare il loro ruolo di Genitore: ennesimo esempio di disparità di genere.

Valentina Vangelisti

Fonte: Corriere.it

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