Arte, poesia, cultura

Dialetti, lingue locali, una ricchezza di espressioni idiomatiche, suoni antichi, gestualità: il patrimonio identitario che ci tiene saldamente legati alle nostre radici

Viviamo nell’epoca della globalizzazione dove Internet la fa da padrone; è il frutto dell’avanzamento tecnologico e della comunicazione extraveloce verso tutto il mondo. Se da un verso esso ci conduce ad una grande facilità di poter scambiare contatti con chiunque (la maggioranza di questi sono persone a noi sconosciute), dall’altro ci nega la possibilità parlare guardandoci in viso.

Miliardi di messaggi, WhatsApp, Twitter, hanno preso il posto delle conversazioni nelle quali le voci si rispondono, si confrontano, insomma vivono.

Figuriamoci allora come è ormai difficile, quasi impossibile pensare all’uso dei dialetti. Chiedere a qualcuno oggi una cosa parlando in dialetto, ci fa temere una figura anacronistica.

Al contrario, i dialetti sono parte intrinseca della nostra cultura personale, legati al luogo dove siamo nati e cresciuti, insiti nel territorio di nostra provenienza.

Li possiamo considerare come la nostra “carta d’identità”, essi mostrano le nostre radici e sono eredità dei nostri antenati. Solo chi appartiene ad una certa zona di origine li può parlare e capire, comprendendone anche le molte sfumature.

Attualmente non vengono più parlati in situazioni pubbliche né formali ed ormai si usano poco anche nelle famiglie e per lo più solo da persone anziane.

Nei confronti dei dialetti continua il pregiudizio di essere idiomi secondari, degni di essere parlati solo nei paesini più lontani dai centri urbani, considerandoli così lingue legate ad una bassa cultura.

Al contrario abbiamo esempi importanti di scrittori che hanno reso grandi i vari dialetti: pensiamo a Carlo Porta in Lombardia con la sua satira politica, Camillo Brero in Piemonte e Gipo Farassino con le sue canzoni venate di ironica malinconia; e al veneto Carlo Goldoni, padre della commedia moderna.

I dialetti sono fatti di suoni colorati, spesso accompagnati da gesti eloquenti, da innalzamento del timbro delle voci e le loro espressioni sono molto incisive.

Possiamo dire che il dialetto sono la targa di un popolo; usare il dialetto, diffonderlo, insegnarlo nelle scuole significa preservare la storia e l’identità di questo Popolo.

Il bagaglio culturale che è insito nei dialetti non deve andare perduto; qui dentro c’è storia, c’è esperienza, c’è attaccamento al proprio territorio.

Le differenze socioculturali che esistono nel nostro Paese vanno preservate e difese per conservare i valori delle diversità linguistiche, molte delle quali sono tutelate dall’Unesco. In Italia esistono alcune minoranze linguistiche, tra le quali dodici “minoranze linguistiche storiche” tutelate dalla Legge 15/12/1999 n. 482: tra esse la lingua albanese, catalana, slovena, croata, friulano, sardo, ladino.

Questi idiomi e non solo questi, sono un grande bene culturale per continuare a mantenere il legame con le nostre terre; sono le nostre lingue madri che si acquisiscono e non si imparano: in essi vi è una spontanea espressione acquistata vivendo sul territorio.

Dobbiamo essere orgogliosi dei nostri dialetti che sono la lingua delle nostre emozioni e sono collegati ad una storie antica.

Con la loro vivacità i dialetti esprimono al meglio i valori, i sentimenti, la cultura di chi ci ha preceduti e camminano insieme a noi per trasmetterli al futuro.

Conservare i dialetti vuol dire tutelare tradizioni ed anima popolare; essi sono una grande forma di Federalismo che unisce antiche parole ed espressioni di interi paesi e quartieri. Sarebbe interessante farne una materia didattica per le scuole affinchè vengano tramandati, e proposte anche ai giovani che potranno così diventarne i custodi.

Valentina Vangelisti

Bibliografia: www.unesco.itwww.ilrestodelcarlino.it, Wikipedia

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