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Botteghe destinate a soccombere sotto la scure della burocrazia e dei grandi centri commerciali. La storia di Giampiero, verduraio di Lucca

Prendo lo spunto dalla notizia apparsa qualche giorno fa sul quotidiano “La Nazione” relativa alla chiusura “forzata” di una bottega storica di ortofrutta in Lucca. Secondo la ASL la struttura, dove l’84enne sig. Giampiero ha gestito ininterrottamente l’attività per 62 anni, non sarebbe più a “norma”.

Acquistata nel 1959 da sua madre per un milione di lire, cifra non indifferente per quel tempo, è diventata una icona nel quartiere.

Secondo la ASL, per poter continuare l’attività il signor Giampiero dovrebbe spendere ben oltre 10 mila Euro per acquistare nuovi scaffali, nuovi pavimenti, nuovo bagno, sostituzione piastrelle, tinteggiatura, fattura elettronica, PEC, etc. Il signor Giampiero ha sempre gestito la sua piccola attività rispettando tutte le incombenze fiscali e burocratiche: pagava oltre mille euro di TARI, 200 euro mensili per la tenuta della sua esigua contabilità, IVA, IRPEF, permessi vari, tasse e balzelli …

La forte passione per il lavoro e per il contatto con le persone che lo hanno conosciuto e che andavano da lui anche soltanto per fare due chiacchiere, a cui offriva i frutti della terra lucchese, ha resistito anche alla concorrenza dei supermercati che avevano già fatto chiudere tanti piccoli esercizi. Ma ora  si è dovuto arrendere. Il 31 dicembre scorso ha chiuso nonostante le richieste e le proteste di tanti clienti. E’ un altro pezzo di tradizione che viene smantellato, un altro elemento del nostro territorio consegnato nelle rapaci mani della grande distribuzione.

Questo è un solo un  esempio della crisi dei negozi di vicinato i quali sono veri e propri spazi sociali per il territorio.

Cosa c’è di così interessante in una notizia locale? Che è il destino che è stato riservato a molte botteghe in ogni comune italiano.

Realtà storiche che non posseggono attestati o riconoscimenti da parte delle istituzioni ma vengono premiate dai clienti affezionati, punto di riferimento, specie per molte persone anziane, che vi si recano non solo per acquistare ma anche per socializzare. Spesso vengono sostituiti da negozi “etnici” che vendono ogni genere di merce, alimentari e superalcoolici,  a qualunque ora causando anche degrado ed insicurezza.

Oggi i piccoli negozi chiudono uno dopo l’altro; i costi di gestione sono enormi se paragonati ai risicati guadagni; la Confindustria ha previsto che fra 10 anni non esisteranno più. Spopola il commercio online (+ 36%); i centri commerciali sono sempre più presenti anche nei centri storici (+ 10%) in un anno.

Troppo spesso le Amministrazioni Comunali consentendo l’apertura di molti centri commerciali ed ipermercati nei centri storici,  causano non solo la chiusura delle botteghe storiche, ma anche una grossa fetta di disoccupazione. Quando un negozio chiude mette sul lastrico i dipendenti, oltre che il titolare; nessuno interviene a loro sostegno, mentre per la grande distribuzione i problemi occupazionali sono coperti dallo Stato (dai contribuenti) con la Cassa Integrazione. Anni fa si era creduto con ottimismo che gli ex dipendenti della piccola distribuzione sarebbero stati assorbiti dalla grande. Oggi invece si osserva il progressivo aumento delle casse automatiche nei supermercati. Il cliente che va a fare la spesa, sostituendosi alla cassiera,  li fà così guadagnare due volte.

In Italia ogni ora chiude un negozio! Sulle piccole attività pesano le tasse che sono fra le più alte in Europa; pesa anche la burocrazia che richiede almeno 4 passaggi. Senza i negozi e le botteghe storiche le nostre città saranno desertificate avviandosi sempre di più a divenire dei dormitori.

Noi siamo favorevoli invece alla tutela dei piccoli commercianti e siamo per una politica di sostegno ai piccoli negozi attraverso interventi straordinari a loro favore per invertire questa pericolosa tendenza.

Valentina Vangelisti

Fonti: La Nazione, Europatoday.it, www.timemagazine.press

Categorie:news

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