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Genova, i portuali contro il transito delle armi da guerra. In corteo per fermare le navi della morte

In questi giorni l’80% dei lavoratori del porto di Genova ha contestato il transito di armi che  passa dai due terminal.

Già in passato era stato stabilito che da questo porto non si sarebbero più caricati armamenti; oggi invece rimane il problema dei carri armati e dei sistemi missilistici che continuano a transitarvi.

E’ importante ricordare che esiste una legge italiana, la n. 185 del 9/7/1990, che stabilisce non solo il divieto di vendita ma anche il transito dall’Italia di materiali di armamento verso paesi in conflitto o in palese violazione dei diritti umanitari. Anche la nostra Legge fondamentale, la Costituzione, all’Art. 11 afferma che l’Italia ripudia la guerra.

Siamo quindi di fronte ad una aperta violazione delle Leggi e così i portuali incrociano le braccia in occasione dell’arrivo delle “navi della morte” esprimendo la loro volontà affinchè questo sito così importante non divenga un polo strategico per lo spostamento delle armi.

Questa è una lotta che i portuali hanno deciso di intraprendere mossi da una responsabilità etica nel dover contribuire con il lavoro all’escalation militare.  Su questa scelta hanno pesato anche questioni relative alla sicurezza del porto, dalla sua valenza commerciale e turistica, essendo ubicato vicino ad un centro abitato da 700 mila persone. I lavoratori si oppongono in sostanza a che il porto di Genova possa  trasformarsi in una polveriera.

A questo scopo, oggi sabato 2 aprile, hanno protestato con un corteo cittadino che partendo dalla Cattedrale di San Lorenzo, attraversando la città, si è concluso a Palazzo San Giorgio, sede della Autorità Portuale.

Le spese militari dell’Italia hanno raggiunto la cifra di quasi 26 miliardi di dollari nel 2022 ed il Parlamento sta alacremente lavorando per adeguare la spesa militare agli standard della Nato che chiede un aumento fino al 2% del PIL, già approvato dal Senato. Ciò significherebbe fare lievitare i costi della spesa militare fino a 38 miliardi di dollari all’anno.

Ci poniamo un interrogativo: chi sta realmente pagando le spese del conflitto Russo-Ucraino in atto? Oltre alle vittime ed ai profughi che le vivono sulla loro pelle, noi cittadini italiani stiamo affrontando un caro vita che mette in ginocchio le nostre famiglie e le nostre attività. In Liguria le richieste di assistenza alla Caritas sono aumentate del 48%,  contribuendo così ad ingrossare le file dei nuovi poveri.

Il nostro Governo soffia sul fuoco e non trova di meglio che alimentare questa guerra inviando massicci aiuti militari all’Ucraina causando così la crescita del prezzo dei carburanti e dell’energia.

Di conseguenza si ha un  aumento dei prezzi dei genere di prima necessità che erode gli stipendi e le pensioni. E la povertà cresce.

Al posto del commercio degli armamenti che fa arricchire soltanto le multinazionali chiediamo giustizia sociale e una politica che progetti per i cittadini un futuro diverso. I Popoli vogliono la pace e non lo sterminio dell’umanità.

Le armi portano solo morte e sofferenza.

Valentina Vangelisti

www.editorialedomani.itwww.ilfattoquotidiano.itwww.italiachecambia.orgwww.presidenza.governo.it

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