Editoriale

La fallimentare e insulsa politica energetica del nostro Paese. La ricchezza del sottosuolo ignorata dai nostri governanti. Potremmo essere autosufficienti riattivando tutte le piattaforme estrattive già presenti sul nostro territorio

Nel novembre 1987 gli italiani furono chiamati alle urne per votare, tra gli altri, 3 referendum abrogativi  che riguardavano la situazione del nucleare in Italia

Un forte impulso verso il nucleare si ebbe all’inizio degli anni ’70 a causa dell’aumento dei prezzi di importazione dei prodotti petroliferi dovuti alla questione arabo-israeliana. E si prevedeva la realizzazione di altre otto unità nucleari nel nostro Paese.

In quel momento In Italia si contavano quattro centrali elettronucleari: la centrale di Latina, quella di Garigliano di Sessa Aurunca (CE), la centrale Enrico Fermi di Trino (VC) e quella di Caorso (PC).

Dopo il gravissimo incidente di Chernobyl prevalse il sentimento popolare antinucleare, alimentato dalla paura di altri disastri.

La DC e il PCI si schierarono a favore del sì, temendo un calo di consensi. Prevalendo il si, tra il 1987 e il 1990 le centrali rimaste attive furono fermate definitivamente.

La politica energetica scellerata dei nostri governanti ci ha così resi dipendenti da altri paesi che ci vendono energia prodotta col nucleare e che si trovano a pochi passi dal nostro Paese.

La crescente necessità di poter disporre di fonti energetiche, ha indotto il nostro governo ad optare principalmente per l’approvvigionamento del gas proveniente dalla Russia, senza considerare i possibili rischi che oggi si prospettano per l’Italia.

Nel nostro Paese sono presenti molte piattaforme attualmente inattive, e cioè: 752 su 1298 punti di estrazione del gas.  

Nel Mar Adriatico, davanti a San Benedetto del Tronto c’è una piattaforma che si chiama Fabrizia  ed è “non erogante”; il Gas ci sarebbe, pronto per essere preso, ma nessuno lo estrae.

Ed è impensabile che in un paese come l’Italia possa accadere questo; invece accade.  

Infatti negli ultimi anni il crollo dell’estrazione del gas è stato vertiginoso.

Nel Mare Adriatico, nel 2000, si estraevano 17 miliardi di metri cubi all’anno, oggi solo 800 milioni di metri cubi, tradotto: il 95% in meno, la peggiore punizione che i nostri governanti  potessero darci.

Parliamo anche della piattaforma Davide: i pozzi produttivi ma non eroganti sono 4. Si stima che in questi siti non attivi ci siano ancora  circa 140.000.000.000 di mc.

L’italia ha un potenziale minerario importante, nel 2021 abbiamo estratto di 3,34 miliardi di metri cubi di gas. Se attivassimo i pozzi disponibili potremmo arrivare in un anno a 30 miliardi di metri cubi,  10 volte in più di quanto produciamo oggi. Perché non corriamo a riattivare questi pozzi già tecnicamente pronti per l’estrazione e   che in un momento come questo sarebbero vitali per il nostro sistema energetico nazionale? Perché non abbiamo il sostegno autorizzativo!!  

Abbiamo la possibilità di estrarre 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno e l’attività è ferma perché nessuno ne autorizza l’estrazione.

Per riaccendere quei pozzi basterebbero pochi mesi.

Si preferisce avere solo il 6% del Gas di nostra produzione mentre il 94% lo facciamo arrivare dall’estero. Perché non si investe nella ricerca  del gas presente sottostante i nostri territori?  Per la demagogia dei politici che si son fatti eleggere con i “no” senza contare che estrarre il nostro gas ci costerebbe solo 5 Centesimi al metro cubo mentre ne spendiamo 70 per comprarlo dalla Russia, dai paesi Nordici, dalla Libia e Algeria.

Il rischio energetico per il nostro Paese  aumenta  di ora in ora; se Putin chiude i rubinetti  rischiamo di rimanere senza riscaldamento,  pur nella consapevolezza  che i nostri pozzi sono colmi di gas.

 Anche in Sicilia infatti ce ne sono 2 in produttività ma fermi da anni; si chiamano Cassiopea ed Argo e da soli potrebbero produrre 10 miliardi di metri cubi all’anno.

Potremmo anche contare sull’Idroelettrico, che  resta un comparto di rinnovabili importante per il nostro Paese

Abbiamo circa 4.300 impianti idroelettrici che producono il 16,5% dell’elettricità totale generata nel nostro Paese. Una risorsa energetica e ambientale che impiega quasi 15.300 addetti.

Purtroppo, manutenzione e investimenti restano  due nodi cruciali per garantire l’efficienza del settore: buona parte degl’impianti idroelettrici italiani ha più di 70 anni e porta addosso gli inevitabili segni del tempo e quelli prodotti dai cambiamenti climatici.

Altra energia alternativa, pulita e rinnovabile, è quella eolica, che sfrutta l’energia cinetica di una massa d’aria in movimento, cioè il vento

Non dimenticando che l’Italia potrebbe ottenere buoni risultati utilizzando il fotovoltaico, che sfrutta l’energia associata ai raggi del sole.

In un Paese come il nostro, dove per la maggior parte dell’anno splende il sole, sarebbe opportuno incentivare, anche con sussidi governativi, impianti per produrre questa energia alternativa.

Il nostro Paese potrebbe essere indipendente dal punto di vista energetico sfruttando le proprie risorse naturali, sia quelle che vengono dal sottosuolo che quelle che ci arrivano dal cielo.

La politica dovrebbe riflettere anche su questo!

Pier Luigi Torielli

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