Riflessioni

Quando le coop e le attività commerciali degli immigrati danneggiano i nostri piccoli negozi. Bersani ha liberalizzato le licenze creando caos e facilitando l’apertura indiscriminata di attività da parte degli stranieri, che con vari escamotage, non pagano mai le tasse. Ecco il nostro suggerimento

Valentina Vangelisti – Vorremmo analizzare due episodi simili: uno accaduto a Torino e l’altro a Genova che hanno provocato reazioni totalmente diverse. A Torino è stato aperto un supermarket “Esselunga” e contro questa iniziativa commerciale sono scesi in piazza numerosi contestatori a difesa dei piccoli esercizi commerciali. A Genova è stato aperto nello stesso periodo un Ipermercato “Coop” nella ex area del mercato ortofrutticolo di Corso Sardegna, una delle zone più popolose e sita in pieno centro città.

In questa zona vi sono decine di esercizi commerciali ed artigianali  (alimentari, gastronomia, ortofrutta, pasta frasca, gelaterie, ecc.) e a difesa di queste botteghe non è stata fatta nessuna manifestazione.

Ci stiamo avviando forse verso una dittatura commerciale delle cooperative anche al di là della qualità dei prodotti, dato che è uscita una inchiesta che pone la Esselunga al primo posto per il rapporto qualità-prezzo?

In linea di principio non siamo contrari all’apertura dei centri commerciali ma lo siamo se vanno ad occupare gli spazi vitali delle zone più popolose.

Con D.L. 114 del 31/3/1998 (L. Bersani)  è stato radicalmente riformato il settore del commercio, liberalizzandolo di fatto. E’ così sparita la necessità di dover acquistare qualsiasi licenza commerciale.

Le conseguenze che ha prodotto sono state un vero disastro per i titolari delle licenze. Infatti i commercianti che contavano per il loro fine carriera sulla vendita della licenza, considerandola una “liquidazione”, se la sono vista “scippare”. In compenso abbiamo assistito all’apertura indiscriminata di innumerevoli negozi, soprattutto etnici, gestiti dai nuovi arrivati, spesso senza osservare alcuna regola nel complice silenzio degli organi di controllo. Le lamentele dei commercianti italiani non sono ascoltate; i controlli da parte delle autorità vengono fatti solo a campione ed anche quando vengono accertate delle irregolarità è molto difficile che vengano sanate.

E’ vero che vengono notificate numerose sanzioni amministrative anche per diversi reati, come l’occupazione abusiva di suolo pubblico, somministrazione di bevande alcooliche a minori ma rimane il problema che a differenza dei cittadini italiani, gli stranieri non hanno niente da perdere e quindi non pagano, spesso reiterando il reato.

Pensiamo anche agli innumerevoli banchi presenti nei mercatini che vendono ogni genere di mercanzie. Abbiamo provato a sostare vicino ad alcuni di essi in Roma, vicino al Vaticano, osservando che vendevano molto e senza scontrino fiscale. Inoltre è diffuso il trasferimento delle licenze fra connazionali che in questo modo possono evadere totalmente il fisco.

Oltre alle violazioni di carattere amministrativo c’è una realtà più pesante: la presenza del racket e dell’usura, come quella dei minimarket gestiti quasi totalmente da cittadini bengalesi, costretti a pagare un interesse mensile ai connazionali che hanno fatto loro credito.

Altro esempio molto pesante è quello degli autolavaggi a mano, gestiti da cittadini nordafricani che molto spesso impiegano bambini e ragazzi minori e non rispettano alcune norme per lo smaltimento dei fanghi, scaricandoli nelle acque chiare.

Solo a Roma vi sono più di 90 mila imprese di cui 25 mila si occupano di commercio, gestite per lo più da cinesi, bengalesi, marocchini.

Perché queste aziende, a differenza di quelle italiane, non conoscono la crisi? La L. 266 del 1997 all’Art. 14 prevede sostanziosi sgravi fiscali per quelle aziende che aprono nei capoluoghi di provincia in zone considerate “in  degrado” dando ai Comuni la possibilità di agevolare gli stranieri che ne fanno richiesta. Questo stato di cose unito alla mancata emissioni di scontrini permette loro di praticare prezzi stracciati, facendo concorrenza sleale ai commercianti italiani.

Secondo l’INPS i commercianti stranieri pagano 7,9 miliardi di Euro di IRPEF, contributo modesto rapportato al loro numero di presenze in Italia (3,8 milioni di contribuenti); la metà di loro così dichiara 3.760 Euro di reddito annuale.

E sufficiente questo dato a dimostrare la quasi totale evasione fiscale; la soluzione oggi sembra complicata perché lasciata consolidare da decenni.

Un suggerimento potrebbe essere questo: che i titolari delle aziende, con meno di quindici anni di residenza nel nostro Paese, che esercitano attività debbano versare, per ogni addetto, 500 Euro al mese ad un fondo statale a garanzia del futuro pagamento delle tasse, salvo conguaglio a fine anno.

Valentina Vangelisti

Fonti: Il Sole XXIV Ore, www.agenziaentrate.gov.it

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