Riflessioni

Cara Difesa, quanto ci costi! In Italia si spendono attualmente circa 26 miliardi di euro per le forze armate. Questa spesa viene in gran parte finanziata con i fondi destinati allo sviluppo economico penalizzando così altri settori industriali

Fulvio Curioni – In Italia si spendono attualmente circa 26 miliardi di euro per le forze armate. Mentre i premi Nobel propongono il disarmo, invocato senza indugio anche da papa Francesco, acquisti di nuovi armamenti quali missili, bombe, cacciabombardieri e navi da guerra, vengono finanziati in gran parte non con fondi della Difesa bensì con quelli destinati allo sviluppo economico del Paese, i tre quarti dei quali finiscono così a sostegno dell’industria bellica nazionale, penalizzando altri settori industriali.

Strumenti militari costosissimi destinati a rimanere inutilizzati per mancanza dei fondi necessari alla loro manutenzione ordinaria ed addirittura al loro uso, per cui si ricorre ai fondi per le missioni all’estero, generando un inquietante meccanismo di mezzi che giustificano il fine dell’impegno bellico. Il gigantesco cimitero di carri armati di Lenta, nel Vercellese, resta l’emblema di tutto questo, un bosco dove di solito c’è silenzio. Mosso in questi mesi da rumori di mezzi che vengono spostati. L’area si estende per centinaia di metri quadrati ed è recintata per tutto il perimetro, contiene carri militari ceduti un tempo al Pakistan ed alla Giordania ed ora all’Ucraina.

Non serve opporsi in modo pregiudiziale ed antimilitarista in modo ideologico , consci dell’esigenza di mantenere efficienti e moderni le nostre forze armate, quanto nel merito poterne rendere trasparenti queste spese, analizzandone in modo obiettivo gli aspetti critici inerenti la loro razionalità, utilità e sostenibilità, in particolare per quanti attiene ai programmi di acquisto degli armamenti. Il problema non è l’acquisto di nuovi aerei, nuovi carri armati e navi da guerra ma modalità e criteri a partire dalla necessità di una corretta e completa informazione al Parlamento inserendo tecnicismo nel lungo periodo di progetto di difesa del nostro Paese e dell’Europa.

Annunciato da Draghi il 29 settembre 2021 nella conferenza stampa sul Nadef, primo passo per la legge di Bilancio confermava nel bilancio previsionale 2022 una somma pari a 26 miliardi di euro per il riarmo italico. Dei quali ben 9 miliardi stanziati, 13 miliardi di nuovo avvio e 5 miliardi entro fine anno, nel piano sottoposto dal Ministero della Difesa al Parlamento.

Dall’aereonautica militare ai nuovi caccia Tempest; ai nuovi eurodroni classe Male; dagli aerei Gulstream per la guerra elettronica alle nuove autocisterne per il rifornimento in volo; oltre ai nuovi blindati Lince, ben 3.600 che rimpiazzeranno i 1.700 già in dotazione all’esercito. Oltre a due nuovi cacciatorpedinieri lanciamissili classe Orizzonte da circa 1,2 miliardi ciascuno che saranno prodotti da Fincantieri. Nel contempo il Ministero della Difesa incrementa il contingente militare in Iraq, per poter assumere il comando della missione Nato, trasformando la missione italiana in una vera operazione di combattimento, tramutando cosi’ quella attuale di presenza a difesa di aree sensibili ed addestramento esercito iracheno.

Greenpeace rivela nella sua ricerca come lo scopo di tale cambio di missione militare serva a proteggere gli interessi delle multinazionali del petrolio e del gas. l’Italia negli ultimi quattro anni ha speso circa 2,4 miliardi di euro nelle missioni militari a difesa per la difesa di fonti fossili collegate a piattaforme estrattive, oleodotti e gasdotti che riguardano l’Eni. Del resto nell’emanare nel luglio 2021 la direttiva per la politica industriale della Difesa si evidenzia come “nell’industria della difesa risiede una parte importante della sovranità dell’Italia e della sua appartenenza alla cerchia dei Paesi tecnologicamente ed economicamente avanzati”.

Un programma di riarmo e missili militari affidati a mercenari della Difesa patria, nati dall’abolizione del servizio militare di leva obbligatorio, con precisi obiettivi a tutela delle multinazionali del settore. Tutto questo nel totale silenzio omertoso della classe politica italiana, tant’è che nel suo programma politico elettorale il PD cita a proposito “dobbiamo al contempo puntare con decisione su di un progetto di integrazione, razionalizzazione e coordinamento della politica di sicurezza e difesa europea, valorizzando l’autonomia strategica dell’Unione Europea. Con l’approvazione della nuova “bussola strategica” la UE ha assunto con maggiore decisione la prospettiva della costruzione di una Difesa Comune . E’ evidente che una Difesa Comune non può ridursi ad essere identificata esclusivamente da un Esercito Comune”.

Tale bussola è strutturata attorno a quattro pilastri : azione, sicurezza, investimenti e consentendo ai 27 paesi membri di utilizzare il Fondo “NextGeneretionEu2” per investimenti nella Difesa e nella Energia. Il Fondo attraverso finanziamenti a fondo perduto (Grants) e prestiti (Loans) verrebbe alimentato con emissioni di obbligazioni europee, i Bonds, come già avvenne per il Recovery Fund. Occorre allora ricordarsi al momento del voto di come, ad oggi il nostro Paese rincorra esponenzialmente una escalation di investimenti rivolti alla produzione ed acquisto di armi senza avere ancora, lo dice il PD , condiviso una politica comune di difesa dell’Europa.

Nel contempo occorre denunciare lo scellerato utilizzo di fondi europei per investimenti nella difesa e nell’energia , generando nuovi forti debiti alle future generazioni. Due preoccupazioni che paiono non preoccupare nè incidere sulle coscienze e sulle promesse elettorali di una intera classe politica logora e classista, nonostante i quattrocento posti eliminati nei rami parlamentari, una cura da “Rosatellum” in grado di lenire il male ma non di estirparne il cancro di questa nostra sempre più fragile Democrazia.

Fulvio Curioni

fonti: Greenpace, Mil€x

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