Riflessioni

INCLUSIVO NON E’ BELLO. Occorrono paletti tra diritti e doveri in uno stato da rifondare. Scuola, lavoro, diritti della donna, caporalato e reddito di cittadinanza, tutto si confonde in un falso buonismo o razzismo al contrario

Fulvio Curioni – Includere significa inserimento di qualcosa o qualcuno in un insieme preesistente. Così la traduzione lessicale di un temine utilizzato quale cavallo di battaglia dalla sinistra italiana in questa scialba campagna elettorale politica, ma includere non significa perdere il proprio diritto giuridico, quello ius soli ovvero il “diritto del suolo”, espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati nel suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Ebbene, questo ius soli sbandierato dalla sinistra come un diritto da conquistare, una inclusione sociale da ottenere è già un diritto acquisibile nel nostro Paese al compimento del diciottesimo anno di età ed a condizioni stabilite.

Il punto vero ruota attorno ad una falsa battaglia civica e sociale di un diritto a scapito della perdita di coscienza da parte degli Italiani della loro storia, dei valori profondamente appartenenti al nostro popolo annacquando così il futuro del nostro Paese. Mi spiego meglio, in nome dell’inclusivismo stiamo concretamente subendo silenziosamente una falsa attenzione verso chi parla una lingua diversa, chi ha tradizioni diverse, chi lavora in modo diverso, chi educa i propri figli diversamente dalle nostre tradizioni ed usi.

Quindi il nostro welfare ad esempio è profondamente cambiato, utilizzato e fruito unicamente ed in gran parte da stranieri con abbondante prole ripartendo un costo sociale finalizzato a puro assistenzialismo senza un progetto armonico rivolto anche ai cittadini italiani che producono reddito ed ancora attendono un federalismo fiscale promesso e mai attuato. Così la scuola, prima comunità educante, visto che le famiglie straniere spesso riportano nel nostro paese usi e costumi civici senza uno sforzo da parte loro di integrarsi nel rispetto ed educazione civica italiana.

La scuola quindi soffre non solo nel trasmettere dei piani di offerta formativa scadente e lontana dalle eccellenze formative degli anni settanta bensì ne rallenta la fruizione agli alunni italiani in nome di un inclusivismo obbligatorio verso i pari stranieri, ormai superiori numericamente agli stessi italiani nei plessi scolastici. La politica di sinistra da sempre fautrice in campo scolastico di regole ideologiche pare non preoccuparsene per nulla, sempre in nome dell’inclusivismo imperante. Anche le donne, alla disperata conquista di emancipazione pare subiscano ancora in quanto straniere usi e costumi da parte degli uomini ben ancorati ad usi, costumi e fedi di appartenenza, relegandole nel loro nucleo familiare senza una crescita di integrazione sociale e nel mondo del lavoro, improduttive quindi e poco inclini ad integrare loro ed i loro figli nello stato ospitante.

Concludo col caporalato, una piaga omertosa, visto che nessuno svolga più lavori nei campi o socialmente utili, percependo comunque quel reddito di cittadinanza, uno schiaffo alla educazione al lavoro, diseducativo verso le giovani generazioni, illusi della mediocrità di un bonus statale ed assistenziale in grado di rendere conveniente ai percettori la nullafacenza e la priorità del diritto individuale sul dovere sociale.

Ho esposto diverse tematiche unite da un solo filo conduttore caro alla sinistra, l’inclusivismo, una deriva pericolosa per il Paese, da non confondere come scudo verso ideologie razziste o peggio ancora denigratorie verso chi soffre povertà vera od ambisce a legittima integrazione e percorsi eccellenti di riscatto sociale e di vita. L’Italia è un Paese dal grande cuore e dalle risorse che paiono, nonostante tutto, inesauribili. Orgoglioso di essere italiano, non confondo la pietas, cioè l’atteggiamento del cuore nella attenzione verso gli ultimi alla scelta del tutto concesso, occorrono paletti tra diritti e doveri, accanto alla erogazione di servizi mirati, sobri ed essenziali, in nome della crescita di tutti. Uno stato da rifondare, non certo con il criterio della inclusività

Fulvio Curioni

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